Felice Martinelli

Quasi Ombra - Fondazione Biblioteca Morcelli - Pinacoteca Repossi - Chiari (BS) - 27 settembre – 1 Novembre 2014

Opere esposte 20 ferri (Samu, Black Eros, Roghi d’astri), 5 cementi (Bruta), 14 carte.

Il cuore pulsante di Quasi ombra sta nell’offrire un luogo in comune a temporalità fratturate, nella riscoperta, nella riproposizione chiara del concetto sutore di contemporaneità intesa come l’accadimento di più cose nello stesso tempo. E talvolta, come in questa occasione, nello stesso spazio.

Quello cui assisterete alla mostra, è di vedere le opere delle collezioni della Fondazione contemporanee a quelle di Martinelli. Le vedrete contemporaneamente, non confusamente.

Non si tratta qui di accattivarsi il plauso dei nostalgici su quanto gli antichi sappiano essere attuali, ma di cogliere in un accadimento libero da vincoli anagrafici e da schematismi e cliché legati alla contabilità degli anni, l’apparire di ogni immagine in tutto il suo potere espressivo, fatto magari di delicatezza, di fragilità, di espressioni struggenti e malinconiche, di ruvidezza e levigatezza, di assetti eroici o sacralmente ieratici.

Per “potere” espressivo si intende qui dunque ciò che un’opera “può” dire, raccontare, ciò che le lasciamo far affiorare nella sua generosa eloquenza muta, ponendoci in un ascolto così concentrato da essere distratto -per qualche momento infinito- dal resto del mondo tutto. L’assetto compatto e solido della scultura, dall’arcaicità più remota al Novecento, ha connaturato, nei più diversi stili, le opere plastiche. Persino Giacometti, pur rastremando e assottigliando corpi sino alla più consunta delle esilità, ha trattenuto la pienezza della superficie scolpita. Questa pienezza è quasi ombra nella collezione di incastri di ferri zigzaganti, nei fori e nei varchi delimitati dalle architetture metalliche di Martinelli. Il ferro, certo, e il fuoco abbacinante, domato dalla canalizzazione della fiamma ossidrica sono gli ingredienti fondamentali di molte sue sculture. Ma non si dimentichi l’aria, con cui gioca con gioia e prodezza sorgiva. L’aria si fa spazio e spazi, spolpa e scava, circola e respira.

L’aria passa attraverso le sagome più severe, le allea alla leggerezza, prevede il solletico della mano di un bambino che si sa (io lo spero) la farà passare da una parte all’altra, magari dopo aver accarezzato la schiena di latte freddissimo e lucente di una statua antica. Lo spazio della contemporaneità è alveolato, è ferito come le tele di Fontana alla ricerca di un oltre, quando l’arte è apparsa satura di forme e di già detto, di già visto. Attraverso quei vuoti che interrompono i pieni, non cessate di guardare le sale, i capolavori che le abitano. Non è vero che si vive una volta sola, le opere d’arte vivono ogni volta che le viviamo in noi. A patto che noi ci si senta vivi con loro, massimamente, non come puro accadimento.

Termino e vi saluto molto, con una citazione di Gustav Mahler. Pochi come lui hanno sentito il tempo e i tempi (come sanno fare i musicisti), cogliendo l’essenza della più autentica contemporaneità, né succube al retaggio del passato, né ingrata nei confronti dei suoi lasciti: “Tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”.

Cristina Muccioli

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AAB - Brescia, Gli Artisti Bresciani E Il Disegno, A Cura di Fausto Lorenzi - 2013

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Black Eros / Gfifty - Officine del Volo - Milano - Marzo 2013

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Vertigine - a cura di Giuseppe Fusari - Museo Diocesano di Brescia - 13 giugno/31 luglio 2012

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Chi tende continuamente "verso l'alto" deve aspettarsi prima o poi d'essere colto dalla vertigine. Che cos'è la vertigine? Paura di cadere? Ma allora perché ci prende la vertigine anche su un belvedere fornito di una sicura ringhiera? La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura.
Milan Kundera

E' come provarsi a guardare troppo distante, senza riuscire a scorgere con nitidezza quello che c'è in lontananza; è guardare per vedere in modo imperfetto, già sapendo che sarà così ma come unico modo per vedere completamente. Per la vertigine non c'è un sopra o un sotto, un alto o un basso: c'è solo la sensazione di essere attratti e la paura di questa attrazione, il desiderio di essere attratti e la paura di lasciarsi andare. E' il troppo che sfida il poco e l'incerto che muove la certezza. Nella misura dei mondi che Felice Martinelli continua a sperimentare la vertigine è una delle misure privilegiate, come la voragine, come il primo moto, come l'intuizione del movimento cosmico. E' una ricorrenza non di stile ma di intenzione e lo spingersi sempre di più verso i diversi modi di interpretare l'ampiezza e la profondità delle cose e dell'essere. I lavori più recenti di Martinelli incrociano la tensione dinamica delle forme pure, prive di cromia, con il tratto forte delle sculture strutturate per segmenti che si dispongono come forze critiche nello spazio, quasi totem, presenze dell'originaria vertigine. Due poli dello stesso modo di abitare l'esistente e di misurarlo per definirne l'impossibile dominio. E' questa la vertigine: il non conoscere la dimensione dell'essere e comunque tentarne la rappresentazione in una scala improbabile e insieme sentire sempre l'attrazione verso quel motivo generatore che rende necessaria (e indispensabile) la creazione artistica, proprio come creazione e ri-creazione delle innumerevoli possibilità di incarnare la dimensione originaria. E' la paura di scoprire e l'attrazione verso quel punto nel quale non esiste la misura ma la consonanza: la vertigine è proprio questo contraddittorio stato di pace nella tensione, l'occhio del ciclone, l'impazienza dello sperimentare un'altra dimensione di sé.
Giuseppe Fusari


CRASH - Site specific (2011) - Brescia, in un progetto dell'Arch. Roberto Falconi

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Scultura nella città - Milano, Museo della Permanente (Italia) - Maggio 2009

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BarcinoArt - Barcellona (Spagna) - Luglio 2008

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